Amarcord ● 10 Anni Cinematti

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Amarcord

un film di Federico Fellini
con Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Stefano Proietti, Giuseppe Ianigro,
Nandino Orfei, Ciccio Ingrassia, Carla Mora, Magali Noël, Luigi Rossi,
Maria Antonietta Beluzzi, Josiane Tanzilli
sceneggiatura: Federico Fellini, Tonino Guerra ● fotografia: Giuseppe Rotunno
montaggio: Ruggero Mastroianni ● musica: Nino Rota
produzione: Franco Cristaldi
distribuzione: Cineteca di Bologna
Italia, 1974 ● 127 minuti

v.o.  con sottotitoli in italiano

1975, Oscar come Miglior film straniero ● Globo d’Oro (Miglior film)
1974, David di Donatello (Miglior film, Miglior regia)
Nastro d’argento (Miglior regia, soggetto, sceneggiatura, attore esordiente)

torna il capolavoro di Fellini nel restauro a cura della Cineteca di Bologna,
in occasione della grande festa annuale dei Cinematti (aperta a tutti, previo pagamento del biglietto di ingresso per la proiezione)

la proiezione avrà inizio alle ore 22.00 circa

Per festeggiare i primi 10 anni del gruppo CINEMATTI su FACEBOOK una grande festa aperta a tutti (sconto per i cinematti)

chi vuole porta una bottiglia o qualcosa da sgranocchiare. La serata culmina con la proiezione del capolavoro di Fellini in versione restaurata.

Esattamente vent’anni dopo avere raccontato la storia di una fuga dalla provincia in I vitelloni, l’autore ritorna in quel piccolo mondo, ricostruendo gli ambienti della sua adolescenza a Cinecittà e a Ostia. La famiglia che vediamo rievocata nel film è quella dell’amico d’infanzia Titta Benzi e intorno a lui pullula un’umanità descritta con tinte sanguigne e linee grottesche (soprattutto i rappresentanti delle istituzioni, il clero e i gerarchi fascisti), con tenera sensualità (Gradisca) e un’ironia al tempo stesso affettuosa e graffiante. La vitalità delle figure che popolano il film (compresa l’emarginata ninfomane Volpina) cela una sotterranea, profonda malinconia. Il piccolo borgo romagnolo degli anni Trenta riassume una delle più penetranti immagini dell’Italia secondo Fellini: un piccolo mondo immaturo e conformista, succube di un regime becero e mistificatore, o tristemente impotente di fronte alle sue violenze.

«Era da tempo che avevo in animo di fare un film sul mio paese; il paese dove sono nato, intendo. Mi si potrà obiettare che in fin dei conti non ho fatto altro; forse è vero; eppure io continuavo a sentirmi come ingombrato, perfino infastidito, da tutta una serie di personaggi, di situazioni, di atmosfere, di ricordi veri o inventati, che avevano a che fare con il mio paese e così, per liberarmene definitivamente, sono stato costretto a sistemarli in un film. […] Amarcord quindi voleva essere il commiato definitivo da Rimini, da tutto il fatiscente e sempre contagioso teatrino riminese, con gli amici della scuola in testa, e i professori, e il Grand-Hotel d’estate e d’inverno, e la visita del re, e la neve sul mare, e Clark Gable, e i labbroni di Joan Crawford, e Mussolini che nuota al largo di Riccione, mentre attorno a lui, come pinne di squali che girano in cerchio, guizzano i nuotatori della Milizia. Soprattutto Amarcord voleva essere l’addio a una certa stagione della vita, quell’inguaribile adolescenza che rischia di possederci per sempre, e con la quale io non ho ancora capito bene che si deve fare, se portarsela appresso fino alla fine, o archiviarla in qualche modo.» (Federico Fellini)

«In un calcolatissimo impasto di toni gravi e lievi, con svolte improvvise nel beffardo e nel fumetto, così Amarcord cresce e tempera le ombre, le smargina d’ogni scoria verista, e le muove nel grembo della leggenda. Intrecciati ai timbri d’argento, alle risate a piena gola, i rintocchi della malinconia minacciano d’avere il sopravvento. La trappola della memoria è scattata ancora una volta? In realtà siamo feriti, ma salvi. Forse il Pinocchio che è in noi esce dal buio, smette i calzoni alla zuava e brucia con i ricordi il suo mondo piccino. Tutta la sua vita, domani, sarà una lotta contro il Borgo, contro la tentazione di rifugiarsi nel tepore dei miraggi. Aiutato nella sceneggiatura dal conterraneo Tonino Guerra, col quale ha anche firmato un libro in cui, ma da lontano, si respirano i fatti del film, dallo scenografo Danilo Donati, dal fotografo Giuseppe Rotunno, dal musicista Nino Rota, da attori quasi tutti sconosciuti, il cantastorie Federico Fellini ha detto con Amarcord, sull’Italia degli anni fascisti, forse più e meglio di tanti storici di professione. Dobbiamo essere grati al suo talento. Dobbiamo sperare che i nostalgici, confrontandosi col passato, misurino l’abisso di puerilità, di appetiti repressi, di smanie e cafonerie in cui naufragarono, petti in fuori e pancia in dentro. E anche i giovani ne ridano, ne ridano, ne ridano, con un’unghia di pietà per i loro padri indifesi.» (Giovanni Grazzini)