Eau Argentee, autoritratto siriano

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EAU ARGENTEE, AUTORITRATTO SIRIANO ●
Ma’a Al Fidda

un film di Wiam Simav Bedirxan e Usama Mohammed
sceneggiatura: Wiam Simav Bedirxan e Usama Mohammed
fotografia: Wiam Simav Bedirxan e Usama Mohammed
montaggio: Jean Charles Weber  ● musiche: Noma Omran
produzione: Les Films d’Ici, Proaction Film
distribuzione: Wanted Cinema
Francia, Siria, Usa, Libano, 2014 ● 92 minuti

v.o. arabo con sottotitoli in italiano

London FF 2014, Miglior documentario ● Selezione Ufficiale del 67° Festival di Cannes
(sezione Séances spéciales) ● Menzione speciale della giuria Filmmaker 2014

NEL GIORNO DI USCITA DI INSYRIATED DEDICHIAMO LA GIORNATA ALLA SIRIA E ALLA GUERRA CHE LA STA DEVASTANDO, CON ALTRI DUE FILM BELLI E NECESSARI: LAST MEN IN ALEPPO E EAU ARGENTÉE

Un film che è stato definito ‘sconvolgente’ per la crudezza di alcune immagini. In realtà si tratta di un lavoro intelligente e tutt’altro che sensazionalistico sulla guerra e la sua immagine oggi, e sul ruolo che questa ha nel conflitto.

Esiliato a Parigi da otto mesi, Ossama Mohammed viene contattato su Facebook dalla giovane attivista curda Wiam Simav Bedirxan. La donna gli pone una domanda che chiama in causa il suo lavoro di regista e la partecipazione alla guerra civile in corso nel suo Paese. il regista, da lontano, visiona le centinaia di video caricati sul web sia dai resistenti, sia dall’esercito di Bashar al-Assad. L’attivista racconta con la sua piccola telecamera la vita nella città assediata di Homs. Insieme creano una sconvolgente cronaca di una distruzione in atto.

«Sin dall’inizio ho deciso di mettermi alla prova e dire “Sì, queste immagini posso raccontare una storia straordinaria”. E la loro originalità, la vera “qualità” di queste immagini poteva essere l’essenza del lavoro. Riguardo all’alta o cattiva definizione di queste immagini è interessante provare a fare una valutazione, dal momento che non esiste un rigoroso o religioso valore sull’argomento. Il significato stereotipato che le immagini pixellate hanno può mutare profondamente a seconda del contesto della storia. Ma soprattutto portano una diversa prospettiva sulla relazione che si instaura tra lo spettatore e chi quelle immagini le sta filmando. Non riguarda più soltanto cosa effettivamente sta succedendo davanti all’obbiettivo, diventa anche la storia del sentimento che sta dietro alla camera, dietro al telefonino, dietro all’ottica. Insomma, la crescita di questo sentimento dall’inizio alla fine» (Ossama Mohammed)

«Mi chiedete se è possibile mostrare tutto, anche le cose più terribili, davanti alla macchina da presa. La mia domanda allora diventa: cos’è questo “tutto” che mostro? Mostrare un “tutto” o una parte del “tutto” non è il mio scopo. Il mio vero interesse è per il momento pregnante. Quando vedi un cadavere sulla strada, è un punto – è statico. Un’altra cosa invece è se quello stesso corpo morto quando la narrativa lo pone in un momento storico, nel vero movimento del tempo. Se quel cadavere era coinvolto in una manifestazione pochi momenti prima, pronto a combattere per la libertà, e ora lo mostro ucciso non c’è tanto il gusto di mostrare un cadavere quanto quello di raccontare la storia di un essere umano. Quando lo hai visto pochi istanti prima sacrificarsi per salvare un altro corpo morto, per portarlo via dalla strada dove sarebbe rimasto ignorato e senza una tomba.. beh, quello che vedi non è più solo un cadavere ma un grande esempio di umanità, un momento di bellezza nato dalla tragedia. Ed è in quel momento che realizzi che può esserci della bellezza anche nel pensiero che qualcuno ti uccida.» (Ossama Mohammed)

«Nella dialettica evidente, palese, oggettiva tra Mohammed e la giovane donna resa prigioniera dall’assedio di Homs, la città in cui vive, si attiva una riflessione cristallina sul senso dell’arte, sulla guerra come eterna rappresentazione di se stessa, sul ruolo che devono svolgere in simili contesti i cosiddetti social network, sulla ripresa del reale non come documento, ma come ultimo disperato baluardo contro la marea montante della distruzione, della repressione, dell’ingiustizia sociale. (…) ci si ritrova costretti a riflettere a propria volta sul senso del documentario, sull’istinto troppo spesso ignorato alla dialettica, sul ruolo del cinema. e si pensa, stravolti, alle migliaia di siriani che hanno contribuito alle immagini di cui si compone il film, girando e caricando su Youtube, reagendo alla carneficina con cellulari e videocamere non professionali. contrapponendo l’occhio di una camera a quello del mirino di un fucile e sparando, a loro modo, a volte per primi. a volte no.» (Raffaele Meale, quinlan.it)