Django Unchained ● retrospettiva Tarantino ● dal 25 novembre

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DJANGO UNCHAINED

un film di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington
sceneggiatura: Quentin Tarantino ● fotografia: Robert Richardson
montaggio: Fred Raskin ● tema musicale: Luis Bacalov
produzione: A Band Apart, Sony Pictures, The Weinstein Company
distribuzione: Warner Bros
Stati Uniti, 2012 ● 165 minuti

v.o. inglese, francese, tedesco, italiano con sottotitoli in italiano

Oscar 2013: miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura
Golden Globes 2010: miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura
Bafta, 2013: miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura
David di Donatello, 2013: miglior film straniero

una retrospettiva in collaborazione con Film Tv/Film Tv Lab e PostModernissimo

dal 23 settembre il Beltrade presenta una retrospettiva dedicata al cinema di Quentin Tarantino. Grandi miti sullo schermo e piccole sorprese a tema.

Regista, sceneggiatore, attore e cinefilo, Tarantino è, con la sua immaginazione e dedizione alle storie con mille sfaccettature, uno dei più famosi cineasti della sua generazione.

da lunedì 23 settembre > LE IENE
da lunedì 30 settembre > PULP FICTION
da lunedì 7 ottobre > FOUR ROOMS
da lunedì 14 ottobre > JACKIE BROWN
da lunedì 21 ottobre > KILL BILL VOL. 1
da lunedì 28 ottobre > KILL BILL VOL. 2
da lunedì 11 novembre > GRINDHOUSE A PROVA DI MORTE
da lunedì 18 novembre > BASTARDI SENZA GLORIA
da lunedì 25 novembre > DJANGO UNCHAINED

Stati Uniti del Sud, alla vigilia della guerra civile. Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz, su un carretto da dentista, è alla ricerca dei fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità piuttosto morti che vivi e incassare la ricompensa. Per scovarli, libera dalle catene lo schiavo Django, promettendogli la libertà a missione completata. Tra i due uomini nasce così un sodalizio umano e professionale che li conduce attraverso l’America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali in fuga e della moglie di Django, Broomhilda, venduta come schiava a qualche possidente negriero.

«Il cinema western mi è sempre piaciuto, in tutte le sue forme, addirittura quello tedesco; però, ho sempre avuto un debole per lo Spaghetti western. Lo amo perché è una perfetta combinazione di cinema surreale ed estremo, oltre a essere un genere che ha perfezionato l’utilizzo della colonna sonora, introducendo per primo il concetto di musiche che dettano il montaggio di una pellicola. Quindi, decisi che, se avessi mai affrontato il western, mi sarei ispirato a quello italiano. Sia Leone che Corbucci sono due dei miei registi preferiti; il primo ha creato epopee gigantesche, mentre il secondo è stato più prolifico e ha fatto ricorso a immagini molto più modeste di cowboy. A me, comunque, piacciono entrambi. (…)
Entrambi i film [Django e Django Unchained] si occupano di una forma di razzismo che porta al genocidio, io, però, avevo la mia parte di storia americana da raccontare. L’ho intitolato “Django unchained” solo per richiamare l’eroe occidentale dello Spaghetti western e perché volevo prendere il cappello di Franco per metterlo sulla testa di Jamie.

«Django Unchained si rivela così solo formalmente un western, genere da cui vengono tratte l’ambientazione, alcuni elementi tipici (per esempio il cacciatore di taglie) e le solite varie citazioni a numerose pellicole del passato, su tutte ovviamente Django (richiamato da titolo, tema musicale e uno spassoso cameo di Franco Nero), Il grande silenzio dello stesso Corbucci (la scena dell’addestramento di Django) e, nel finale, Giù la testa e Il buono, il brutto, il cattivo. Quentin Tarantino parte da questi spunti per compiere un viaggio cinematografico che abbraccia dramma, commedia e un pezzo di storia americana, quella che riguarda la schiavitù e e la discriminazione razziale. La violenza fisica e verbale del regista americano non è mai fine a se stessa, ma mai come in questo caso ha una specifica connotazione politica e sociale e la volontà di descrivere i soprusi perpetrati per intere decadi verso le persone di colore. Django diventa così il simbolo del riscatto degli oppressi, che riescono a liberarsi dalla loro condizione e a confrontarsi alla pari con coloro i quali li sopraffacevano.» (Marco Paiano, cinematographe.it)