Fantasmi di carne//Phantom

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Fantasmi di carne//Phantom

● FANTASMI DI CARNE ●
di Annalisa Urti
Video, colore, sonoro
16’15”
1920×1080
2017-2018

● PHANTOM ●
di Hulya Floriana Cobanoglu
Video, colore, sonoro
48’38”
1920X1080
2017-18

il Cinema Beltrade in collaborazione con Adrian Paci è lieto di presentare i lavori di due artiste laureande in Pittura e Arti Visive, Naba (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano): Fantasmi di carne di Annalisa Urti e Phantom di Hulya Floriana Cobanoglu

● FANTASMI DI CARNE ●

«Fantasmi, attorno a me solo fantasmi, io stessa un fantasma; ricordo di essermi abbandonata al flusso di paesaggi sonori interiori che sgorgavano come acqua di sorgente dall’alto della console; di aver ondeggiato, come in preghiera, ad occhi chiusi nella densità dell’aria, circondata da centinaia di corpi sensuali, saturi di fisicità, così saturi da disperdersi in una nuvola informe e apparire come fantasmi, anime luminose fluttuanti sopra i propri corpi. Improvvisamente, le pareti del locale si sono annullate per rivelare le volte immateriali di una cattedrale contemporanea. Fantasmi, attorno a me solo fantasmi, io stessa un fantasma, eppure ancora stretta al mio corpo di carne, di sangue, di sussulti. La tensione vibratile dei corpi diventata danza, la musica dapprima sorda, poi umida e riverberante, l’alternarsi di luci secche, precise, affilate come lame di coltelli che mozzavano braccia, gambe, teste con il loro accecante bagliore e le ombre dissolte in un diffuso vapore tinto d’indaco e d’ocra hanno rivelato una natura altra dei corpi, una natura spirituale, ancestrale, spettrale, eppure sempre fisica, immanente. Fantasmi, attorno a me solo fantasmi, io stessa un fantasma, eppure ancora stretta così intimamente al mio corpo segnato dal tempo, cosparso di ferite interiori, di piaghe dell’anima.» (A. Urti)

● PHANTOM ●

«“Phantom”, termine inglese la cui definizione sta a significare qualcosa che immagini esserci o che appare come esistente, sebbene nei fatti non esista. Un’illusione ottica, un’apparizione priva di materialità, proprio come un sogno o miraggio. Persa nel paesaggio della Turchia: moltitudine di colori e suoni che echeggiano ovunque. Qui la voce viene intesa come identità e tradizione in grado di evocare luoghi non più esistenti o trasfigurati dal passare del tempo. Il viaggio sinonimo di passaggio, transizione e quindi di movimento capace di innescare ricordi passati e di indurre uno stato in cui tutto si amplifica e si modifica; linee e forme si tramutano mentre il suono della voce risuona nella mente come in un teatro vuoto. Una sorta di “trance” (dal fr. transe, propr. “estasi, rapimento, ipnosi, incantamento”, der. del lat. transire “passare, trapassare”) accentuata dal passare del tempo e dalla luce del sole che, battendo sul viso, acceca e modifica colori e forme. Confrontarsi con un’eredità o meglio una realtà, quella della memoria, di una tradizione familiare che si ripete, ritorna e si tramanda attraverso la forma del racconto. Persa in un paesaggio in cui paradossalmente non c’è nulla da vedere, immersa in un flusso in cui mi perdo, non sento più nulla, nemmeno il mio corpo.» (Hulya Floriana Cobanoglu)