John McEnroe – L’impero della perfezione

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John McEnroe – L’impero della perfezione
L’empire de la perfection

un film di Julien Faraut
con John McEnroe, Ivan Lendl, Mathieu Amalric
sceneggiatura: Julien Faraut ● fotografia: Gil de Kermadec
montaggio: Julien Faraut ● musiche: Serge Teyssot-Gay
produzione: UFO Production
distribuzione: Wanted Cinema
Francia, 2018 ● 95 minuti

v.o. francese, inglese con sottotitoli in italiano

2018, Critics’ Choice Documentary Awards: miglior documentario su soggetto vivente
Lisbon & Estoril FF: gran premio della giuria

Lunedì 27 maggio ospiti in sala l’ex tennista Stefano Pescosolido e il giornalista Matteo Renzoni

Non solo il ritratto travolgente di un’icona dello sport, ma anche una riflessione ironica e arguta sul cinema e le sue potenzialità: L’impero della perfezione è una delle sorprese più intriganti del recente cinema documentario

Una sorta di saggio, di documentario, di divertissement intellettuale che grazie al materiale inedito contenuto nei tagli di pellicola inutilizzati dell’archivio di de Kermadec racconta uno, forse il più grande, tennista di tutti i tempi: John McEnroe. O meglio, racconta la più dura delle sfide della sua carriera: la conquista (mancata) del Roland Garros.

«Credo che l’originalità di questo lavoro sia nel modo in cui è stato sviluppato. Naturalmente quando si fa un documentario d’archivio spesso la voglia di realizzarlo ha a che fare con il soggetto che si vuole trattare, a quel punto seguendo il desiderio di approfondire certe tematiche si vanno a cercare i materiali a supporto. Io ho proceduto in modo diverso: mi è capitato di trovare dei materiali inediti e mi sono messo a seguirli, ero al loro servizio un po’ come uno scultore che decide di scolpire la sua opera in base a ciò che ha a disposizione. Nel montaggio ha quindi prevalso proprio l’immagine. La voce narrante fuori campo, così come lo spettatore, seguono il percorso che io, attraverso di essa, ho scelto di tracciare» (Julien Faraut)

«McEnroe non è l’unico protagonista di un film che ha ambizioni intellettuali ben più alte che non “solo” raccontare un grande campione. Lo è insieme a lui de Kermadec e la creatività meticolosa e ostinata del suo cinema; lo sono i tecnici con cui lavorava, l’operatore nascosto nella fossa e minacciato dalle palle come dalle parole aggressive di McEnroe infastidito da quell’occhio indiscreto, l’indefesso fonico che implacabile, senza reagire agli attacchi diretti del tennista, continuava indomito a registrare i rimbalzi delle palline, il rumore delle strisciate delle suole sulla terra rossa, i colpi secchi delle corde in tensione, e poi ancora le sue lamentele, le richieste, i borbottamenti, il disappunto. Come se volesse capire cosa passa davvero nella testa di quello scalpitante fenomeno e insieme sondare le potenzialità di un mezzo non esattamente “al suo posto”, la macchina da presa sta fissa su di lui.» (Chiara Borroni, Cineforum.it)