La strada dei samouni

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La strada dei samouni

un film di Stefano Savona
sceneggiatura: Stefano Savona, Léa Mysius, Penelope Bortoluzzi ● fotografia: Stefano Savona
animazioni: Simone Massi ● montaggio: Luc Forveille ● musiche: Giulia Tagliavia
produzione: Dugong, Pico Films, Alter Ego
distribuzione: Cineteca di Bologna
Italia, 2018 ● 128 minuti

v.o. arabo sottotitolata in italiano

Cannes 2018: un certain regard, l’oeil d’or miglior documentario

lunedì 5 novembre proiezione speciale, al termine del film il regista stefano savona sarà in collegamento via skype

i drammi e i paradossi di Gaza hanno portato Stefano Savona a completare il suo sguardo testimone attraverso la splendida matita di Simone Massi, tessendo insieme un linguaggio che potesse raccontare l’indicibile

Da quando la piccola Amal è tornata nel suo quartiere, ricorda solo un grande albero che non c’è più. Un sicomoro su cui lei e i suoi fratelli si arrampicavano. Si ricorda di quando portava il caffè a suo padre nel frutteto. Dopo è arrivata la guerra. Amal e i suoi fratelli hanno perso tutto. Sono figli della famiglia Samouni, dei contadini che abitano alla periferia della città di Gaza. È passato un anno da quando hanno sepolto i loro morti. Ora devono ricominciare a guardare al futuro, ricostruendo le loro case, il loro quartiere, la loro memoria.

«Ho iniziato a filmare i Samouni immediatamente, nel gennaio 2009. Ma sin dall’inizio non ho avuto alcun dubbio: il mio film non si poteva ridurre al mero rendiconto del massacro, al compianto sulla tragedia o alla denuncia di un’ingiustizia. Le televisioni e i giornali del mondo intero in quei giorni dopo la fine della guerra stavano già offrendo al mondo in ogni più macabro dettaglio il racconto di quella tragedia, mentre i principali partiti politici di Gaza, da Hamas alla Jihad Islamica, provavano in tutti i modi ad appropriarsi di quei lutti per la loro propaganda. Ma una volta che le televisioni sono andate via e i funerali terminati, i Samouni sono restati soli. Iniziava per loro la fatica più ardua: ricomporre le ferite fisiche ed emozionali tra le rovine delle loro case, in un territorio dove i confini sono ermeticamente sigillati.» (Stefano Savona)

«Filmando le mosche che sfiorano i volti dei Samouni, i denti screziati dei bambini o i loro disegni allegramente stentati, Savona depoliticizza un film che, se si fosse piegato al messaggio politico, avrebbe perso la sua forza intrinseca, quella, cioè, di comunicare in modo inequivocabile e, pur nella delicatezza, assertivo che non si può e non si deve più affrontare il conflitto arabo-israeliano in termini intellettuali o, peggio, politici. Non c’è spazio, di fronte alla paura dei bambini, per il pensiero lento e la comprensione, per la strumentalizzazione ideologica o la meditazione colta sui moventi. Di fronte alla paura dei bambini e alla loro comunque miracolosa capacità di reazione, si può solo sperimentare con i sensi l’angoscia di trovarsi soli e feriti, in un intrico apparentemente onirico che non si riesce a decifrare e che, perversamente, non è il prodotto di una surrealtà distorta, ma di una iperrealtà incomprensibile nella sua ferocia senza alibi. Il compito del cinema è, forse, allora, solo quello di restituire la testimonianza di ciò che è inspiegabile. La strada dei Samouni lo porta al termine con diligenza e struggente sobrietà, con una sua grazia resistente alla gratuità del male che pur si è costretti a documentare.» (Carolina Iacucci, cinematographe.it)