Ragazzi di stadio, 40 anni dopo

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RAGAZZI DI STADIO, 40 ANNI DOPO

un film di Daniele Segre
sceneggiatura: Daniele Segre
montaggio: Daniele Segre
produzione: I Cammelli S.a.s. con Rai Cinem
distribuzione: I Cammelli S.a.s.
Italia, 2018 ● 82 minuti

v.o. in italiano

36° Torino Film Festival: Festa Mobile

mercoledì 23 ottobre proiezione speciale alla presenza del regista Daniele Segre
e il giornalista Pierluigi Spagnolo

a quarant’anni da “il potere dev’essere bianconero” e “ragazzi di stadio”, Daniele Segre incontra i Drughi, una delle cinque tifoserie organizzate della curva juventina, e utilizza l’archivio di allora come base di collegamento con il presente mondo degli ultras, un mondo chiuso, fatto oggi come in passato di cortei, riunioni e stereotipi.

A quattro decadi da uno dei suoi primi lavori, Il potere dev’essere bianconero (1978) Daniele Segre posiziona di nuovo la macchina da presa in un ambito non proprio tra i più accessibili: il gruppo dei Drughi, una delle cinque tifoserie organizzate della curva juventina. Il nome drughi riprende quello dei delinquenti furiosi di Arancia meccanica di Stanley Kubrick (1971), a sua volta tratto dal romanzo omonimo di Anthony Burgess): un fotogramma con le sagome nere dei droogs campeggia sullo sfondo di uno dei set di questa serie di interviste a fedelissimi bianconeri.

«Sono grato ai Drughi per avermi permesso di entrare nel loro mondo, difficile e controverso. Grazie alla loro fiducia ho potuto, dopo quarant’anni, parlare nuovamente degli ultrà e offrire uno spunto per una riflessione necessaria al fine di capire cosa sta succedendo in Italia, al di là della tifoseria calcistica. Attraverso le storie dei protagonisti, infatti, si affrontano le trasformazioni sociali e ideologiche che il nostro paese ha attraversato in questi decenni. I protagonisti non sono solo i “cinquantenni” personaggi dei miei film precedenti, ma studenti, operai, disoccupati che vivono grazie alla comune fede juventina che, come allora, è l’unica condizione in cui si sentono protagonisti, si riconoscono in un gruppo, in una fede. Lo stadio, che rimane sullo sfondo, è un luogo simbolico che racconto attraverso le vite di chi lo popola.» (Daniele Segre)

«Le testimonianze concorrono a definire la necessità di aderire in maniera assoluta e acritica alla “fede” a una squadra, così come alla socialità coatta e alla divisione dei ruoli che ne conseguono. Un senso di appartenenza sui generis, un rito di iniziazione che si rinnova ogni settimana, svincolato da qualsiasi altra forma sociale, che sia la famiglia o l’ambiente di lavoro. Che va difeso perfino a patto di perdere amici, genitori, eventuali opportunità di emancipazione individuale o addirittura la libertà personale. […] Colpisce il fatto che nessun intervistato compaia con il proprio nome e cognome ma soprattutto che molti neghino con forza la violenza e il razzismo degli ultrà, nonostante motti e simboli fascisti siano palesi, esibiti.» (Raffaella Giancristofaro, mymovies.it)