UOZZAP

/ / Senza categoria

Uozzap

un film di Federico I. Osmo Tinelli
concept, maieutica, regia di montaggio, animazione grafica: Federico I. Osmo Tinelli
testi (tracce registrate spontaneamente su WhatsApp): Adriana Vannucci, Elena Molinari Cilia,
Ester Elmaleh, Gaia Dallera, Hannet Bosco, Silvia Guenzi, Alessandro Cevasco, Fabrizio Becchelli,
Francesco Zingaro ● interpreti: Adriana Vannucci, Elena Molinari Cilia, Ester Elmaleh, Gaia Dallera,
Hannet Bosco, Silvia Guenzi, Alessandro Cevasco, Fabrizio Becchelli, Francesco Zingaro
camei di Stefano Tave Righi ed Enrico Maisto ● fotografia e suono: Federico I. Osmo Tinelli
con la collaborazione di tutti i protagonisti
produzione: Damn Braces, Bless Relaxed
distribuzione: Federico I, Osmo Tinelli
Italia, 2018 ● 91 minuti

v.o. in italiano

proiezione speciale alla presenza del regista. prima della proiezione, torte al bar!

Federico Iris Osmo Tinelli è noto per la sua attività che spazia tra diversi ambiti espressivi.
in campo cinematografico, oltre a una serie di corti e mediometraggi, ha diretto 9-1+1=È abbastanza per te?, presentato nel 2016 anche agli spettatori del Beltrade

giovedì 15 novembre
21:30

In UOZZAP, le relazioni vere e proprie sono abolite; le tracce audio scelte sono rivelatorie, se lo sono, in quanto monologhi al cielo o alla città (dei pazzi o dei profeti), non in quanto dirette al ricevente; ciascun messaggio è come dentro una bottiglia, lanciata al mare (di cemento ed automobili); anche quando sembra ci sia poi una risposta, in realtà, si tratta di un monologo a cui ne segue un altro; (…).
Tutto il progetto è segnato da questa tara o, chiamiamola, ambiguità, sospesa tra l’ispirazione fondante e lo sproloquio del tutto estemporaneo che si potrebbe definire con un ossimoro “il punk della trascendenza”; qualcosa di “buttato lì”, quindi imparentato con la spazzatura, che però, forse fortuitamente, forse per vocazione, nasce in grado di evocare “l’infinito”, “l’oltre”, “quel dio salvifico”, a cui sembrano appellarsi tutti i protagonisti, per aver l’anima salva e pure il corpo; o forse anzi soprattutto il corpo, quasi che ci fosse solo quello; corpo tuttavia così, già per principio, emarginato o del tutto negato, dall’uso stesso dei socialmedia.

«Il cinema (e così il fumetto) nonè nato come forma autonoma, non è nato già Settima Arte, né ha mai saputo dimostrare di poterlo affermare definitivamente di sé. Le sue dipendenze dal teatro, dal componimento musicale, dalla scrittura (sia intesa come romanzo, sia come didascalia nel cinema dei primordi), dalla fotografia (e quindi dalla pittura), dall’architettura (in termini di struttura narrativa e organizzazione dello spazio nell’inquadratura) sono rimaste parte integrante della sua esistenza; il cinema è un’arte meticcia, che non può essere purificata e portata in un’essenza autonoma. Si può disquisire sul fatto che il montaggio costituisca la specificità della sua anima ma in ogni caso resta incarnata nelle forme d’arte che l’hanno preceduta. Per questa ragione il cinema e il fumetto si appartengono e per quanto l’uno e l’altro abbiano toccato le vette del sublime, per tramite di grandissimi artisti, restano entrambi linguaggi bastardi. Uozzap (ma anche WhatsApp come frontiera contemporanea del meticciato mediatico) nonfa altro che portare il cinema alla sua vitale bastardezza (dal francese antico bastard, “figlio di principe e di concubina”) (principessa e concubino).» (Federico Iris Osmo Tinelli)

«Presentando Uozzap nell’ambito della festival espanso Fuorinorma, diretto da Adriano Apra’, Federico Iris Osmo Tinelli ha mostrato una cosa rara: pudore. Un istinto a sottrarre l’opera ‒ l’arte ‒ a eventuali manipolazioni, fraintentimenti, a proprie e altrui retoriche. Ancora immerso forse, in un processo creativo tutto tuffato nel calore e nell’eccesso di una materia totalmente intima. Uozzap infatti, a dispetto del titolo divertente, è un’opera sussurrata, un’esplorazione del sé attuata attraverso il rispecchiamento negli altri, colti nel vivo delle loro clip audio in whatsapp e inseguiti altrove. Una serie di improvvisazioni sul tema dell’amore e, nell’insieme, un affresco dell’oggi, dei suoi vuoti, dei suoi tormenti, delle sue ricerche, delle tracce di bellezza e di senso, che, attraverso la comunicazione con persone vicine, scelte, si riescono ancora a cogliere, e della città di Milano, mai nominata e mai mostrata, se non, forse, come in un sogno in cui tutti i personaggi sono parti della psiche del sognatore e il suo stesso corpo.
Parlare della naturalezza e dell’abilità con le quali Osmo Tinelli mescola vari linguaggi visivi sarebbe riduttivo se non si sottolineasse l’esplodere, in questo film, di un cinema capace di rimettere insieme i nostri resti sparsi.» (Silvia Tarquini, Artdigiland.com)