L’UOMO CHE RUBÒ BANKSY

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L’UOMO CHE RUBÒ BANKSY ● THE MAN WHO STOLE BANKSY

 un film di Marco Proserpio
con la voce narrante di Iggy Pop
sceneggiatura: Christian Omodeo, Filippo Perfido, Marco Proserpio, Luca Speranzoni
fotografia: Jacopo Farina ● montaggio: Marco Proserpio, Domenico Nicoletti
musiche: Federico Dragogna, Matteo Pansana
produzione: Sterven Pictures e Rai Cinema
distribuzione: Rai Cinema
Italia, 2018 ● 93 minuti

v.o. in inglese, arabo e italiano con sottotitoli in italiano

Tribeca Film Festival 2018, nomination come miglior film
San Paolo Film Festival 2018, nomination come miglior film

narrato da Iggy Pop e con una colonna sonora spettacolare, se ami #Banksy e #Iggy, la street art e la musica, gli asini e i bodybuilder, se ti incuriosisce il mercato nero dell’arte di strada o vuoi sapere di più sul conflitto israelo-palestinese, o semplicemente non vuoi perderti un grande film che ha fatto il giro dei festival, accolto da splendide recensioni, non hai scuse!

È il 2007. Banksy e la sua squadra si introducono nei territori occupati e firmano a modo loro case e muri di cinta. I palestinesi però non gradiscono. Il murale del soldato israeliano che chiede i documenti all’asino li manda su tutte le furie: passi l’essersi introdotto nei territori e l’aver agito senza nemmeno presentarsi alla comunità, ma essere dipinti come asini davanti al resto del mondo è davvero troppo. A vendicare l’affronto con un occhio al bilancio ci pensano un imprenditore locale, Maikel Canawati , e soprattutto Walid , palestrato taxista del posto. Con un flessibile ad acqua e l’aiuto della comunità, Walid decide di tagliare il muro della discordia. Obiettivo dichiarato: rivenderlo al maggior offerente.

«L’intero documentario è basato su questa azione di rimuovere un’opera d’arte dallo spazio pubblico. Un gesto apparentemente semplice ma sempre controverso che, cambiandolo di contesto, assume significati diversi, portando alla luce priorità diverse. In definitiva per noi questo muro rimosso (raffigurante un soldato israeliano che controlla i documenti ad un asino) e questo “cortocircuito” sono stati la scusa per parlare di Palestina, di arte, ma soprattutto per collegare diversi puntini, apparentemente molto distanti tra loro, nel mondo. Questo film, questa storia, cerca di unire mondi differenti, contesti e punti di vista apparentemente lontani ma che coesistono nello stesso mondo.» (Marco Proserpio)

«Attorno a quella cinta di cemento alta otto metri e lunga 730 chilometri c’è un brulicare di storie e personaggi: ci sono gli artigiani di zona, che di quei graffiti hanno fatto un business reinventando e trasformando la propria attività in negozietti affollati di souvenir e stampe di Banksy, e ci sono i giovani writer palestinesi che usano stencil e bombolette per fare politica e dare voce a chi non ce l’ha. Proserpio ce li racconta scendendo in strada e scaraventando lo spettatore in un melting pot di suoni, colori e musiche, quasi sempre al seguito di Walid, il bizzarro tassista palestinese che è in fondo l’anima e il corpo di questo documentario, che si svela pezzo dopo pezzo come un puzzle.» (Elisabetta Bartucca, Movieplayer.it)