VERTIGO

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VERTIGO ● LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE

un film di Alfred Hitchcock
con James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Tom Helmore, Ellen Corby,
Konstantin Shayne, Raymond Bailey ● soggetto: dal romanzo D’entre le morts di P. Boileau e T. Narcejac
sceneggiatura: Alec Coppel, Samuel Taylor ● fotografia: Robert Burks ● montaggio: George Tomasini
musiche: Bernard Herrmann ● scenografia: Hal Pareira, Henry Bumstead
produzione: Alfred Hitchcock per Paramount
distribuzione: Cineteca di Bologna
Stati Uniti, 1958 ●  128 minuti

v.o. in inglese con sottotitoli in italiano

1959, Nomination all’Oscar come Migliore scenografia e Miglior sonoro
National Society of Film Critics Awards, Menzione speciale

Il “Cinema ritrovato” presenta un nuovo film restaurato, uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, il regista dal quale ancora oggi nessun amante del cinema e nessuno studente di cinema, di teoria o di tecnica, può prescindere.

martedì 17 dicembre
13:20

John “Scottie” Ferguson, un poliziotto che soffre di vertigini, viene incaricato da un suo ex compagno di scuola di sorvegliare la moglie Madeleine a causa delle sue tendenze suicide. Scottie si innamora di lei ma non riesce a impedire che lei si getti da un campanile. Caduto in depressione, un giorno incontra Judy, una donna troppo simile a quella scomparsa…

«Molte definizioni sono riduttive e vaghe: quella di Hitchcock quale ‘mago del brivido’ suona indecente. Basterebbe La donna che visse due volte a spiazzarci… Intanto ha un ritmo solenne, come mai è accaduto in un thriller. La scansione delle inquadrature, i tempi del montaggio obbediscono non alle azioni ma ai segreti dei personaggi; la cosiddetta suspense si sviluppa negando l’effetto- sorpresa. E il film, mentre svela a tre quarti dalla fine la chiave della vicenda, ci dice che a Hitchcock interessa qualcos’altro. Dopo averci catturati con una trama inverosimile, il maestro si rifiuta di portarla fino in fondo secondo i canoni, e ci costringe a seguirlo nel labirinto di un’ossessione personale. […] Allora sappiamo che Vertigo non è solo un film di morti. È anche – o soltanto – un film di vivi che non possono amare. E ci fa venire davvero i sudori freddi (sueurs froids, come da titolo francese). Ma non perché c’è una porta che scricchiola o una mano che agita un coltello. Perché ci insinua un sospetto: forse il solo amore eterno di cui siamo capaci è quello per chi non ci appartiene più. L’amore che non muore è l’amore per un fantasma. » (Gianni Amelio, Il vizio del cinema, Einaudi, 2004)