Tre volti

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Tre volti ● Se rokh

un film di Jafar Panahi
con Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram
sceneggiatura: Jafar Panahi ● fotografia: Amin Jafari
montaggio: Mastaneh Mohajer ● musiche: Imaj Studio Tabriz
produzione: Jafar Panahi Film Production, Celluloid Dreams
distribuzione: Cinema di Valerio De Paolis
Iran, 2018 ● 102 minuti

v. doppiata in italiano

Cannes, 2018: migliore sceneggiatura

Tre volti, opera illegale, è una formidabile cassa di risonanza politica, una piazza itinerante ma soprattutto un viaggio introspettivo che il premiato regista compie nella sua terra.

martedì 16 aprile 17:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città

martedì 16 aprile 21:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città

mercoledì 17 aprile 21:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città

giovedì 18 aprile 21:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città

Una celebre attrice iraniana riceve l’inquietante video di una ragazzina che la implora di aiutarla a scappare dalla sua famiglia conservatrice. A quel punto la donna si rivolge all’amico cineasta Jafar Panahi, chiedendogli di darle una mano a capire se si tratta di una manipolazione. Insieme, intraprendono il viaggio verso il villaggio dove abita la giovane, tra le remote montagne della regione del nord-ovest dove le tradizioni ancestrali continuano ancora oggi a dettare le norme della vita dei luoghi.

«Il film nasce da una situazione che, malgrado non sia nuova, è letteralmente esplosa negli ultimi tempi con l’avvento dei social network, che sono estremamente utilizzati in Iran e rappresentano una ricerca esasperata di contatto, in particolare con le personalità del mondo del cinema. Jafar Panahi, malgrado la sua condizione ufficiale di regista bandito nel suo Paese, è uno dei destinatari maggiormente preso di mira da simili richieste, in particolare da parte di giovani che vogliono fare un film. E come la maggior parte delle persone che ricevono molti messaggi dai loro fan sui social network, risponde soltanto di rado ad essi, ma gli è già capitato di percepire una sincerità, un’intensità che lo hanno spinto a porsi delle domande sulla vita di coloro che inviano questi appelli. (…) Questa idea ha incrociato in Jafar Panahi il desiderio di ripercorrere la storia del cinema iraniano e gli ostacoli incontrati in forme diverse e in periodi diversi dagli artisti che l’hanno scritta. Da questa fusione è nato il progetto di evocare tre generazioni, quella del passato, quella del presente e quella del futuro, attraverso i tre personaggi delle attrici. Componendo i tre racconti è emersa l’immagine della strada stretta e sinuosa, che è una rappresentazione concreta di tutte le limitazioni che impediscono alle persone di vivere e di evolvere.» (Jean-Michel Frodon, giornalista)

«Un film arioso, pieno di spazi e di luce, empatico e sobrio insieme, ricco di tipologie umane popolari diversificate, non di rado calorose. Un film di speranza non retorico pur essendo implacabile nel denunciare l’assenza di libertà in Iran, in particolare per le donne. (…) Il film non giudica, ma pone la questione. Vede anche gli esseri umani, il loro calore, il contesto in cui sono nati e vivono, tanto più che i tre villaggi dove il film è girato (situati nel nordovest del paese, nella regione azera dell’Iran) sono quelli dove sono cresciuti la madre, il padre e i nonni del regista. Nondimeno pone la questione mostrando l’incudine che pesa sulle donne, che bisbigliano le loro verità nella notte a Panahi e Jafari. Perché l’onore è fondamentale, come è fondamentale il machismo, la virilità. Fondamentali in maniera quasi ossessiva. (…) Lo sguardo del regista, umano e morale, distante anche se mai freddo, da osservatore attento, trova nell’incredibile e raffinato finale tutta la sua sintesi. Un finale anche questo metaforico (all’ennesima potenza) e prosaico insieme, un finale che è come il resto del film. Alle donne bisogna restituire parole e volti, alle donne bisogna dare il futuro restituendo il presente e almeno una porzione del passato. Devono averne la possibilità anche nell’Iran degli ayatollah. Questo sembra essere il potente messaggio. A partire da quel momento è tutta una questione di donne e si resta fuori campo. Come Panahi nel finale. Ecco il perché di un inizio che pare una fine mentre forse è davvero un nuovo inizio.» (Francesco Boille, internazionale.it)