Wajib

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Wajib ● Invito al matrimonio

un film di Annemarie Jacir
con Mohammad Bakri, Saleh Bakri, Maria Zreik, Tarik Kopty, Monera Shehadeh
sceneggiatura: Anne-Marie Jacir ● fotografia: Antoine Héberlé
montaggio: Jacques Comets ● Musica: Koo Abuali
produzione: JBA Production, Ciudad Lunar Producciones, Ape&Bjørn
distribuzione: Satine Film
Palestina, Francia, 2017 ● 96 minuti

v. doppiata in italiano

Dubai IFF, Miglior Film e Miglior attore ● Kerala IFF, Miglior Film
Locarno IFF, Don Quixote Award e Junior Jury Award  ●  Cannes FF, in concorso
London FF, Menzione onorevole ● Firenze, Middle East Now Festival, Premio del pubblico

Prima regista donna palestinese, Annemarie Jacir ha presentato il suo terzo lungometraggio a Locarno, Cannes e a Berlino, vincendo numerosi riconoscimenti. il film è stato scelto per rappresentare la cinematografia palestinese agli Oscar e ha convinto la critica e il pubblico internazionali con la sua capacità di mettere a fuoco tradizioni e conflitti culturali con vivacità e senza didascalismi

martedì 17 luglio H:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città

martedì 17 luglio H:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città

mercoledì 18 luglio H:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città

Shadi è un giovane palestinese che ora vive a Roma. Torna nella città natale di Nazareth allo scopo di aiutare il padre a consegnare gli inviti di nozze della sorella Amal. Shadi gli è molto affezionato ma, al tempo stesso, non ne condivide nè gli ideali, nè le scelte. Nel loro viaggiare di casa in casa per la consegna degli inviti, emergono a poco a poco i dettagli della loro diversa visione della vita.

«Mio marito è di Nazareth, e quando sua sorella si stava per sposare ha dovuto accompagnare il padre a consegnare gli inviti, compito dei maschi della famiglia. È una tradizione praticata da tutti a Nazareth, che mi interessava molto. Così per cinque giorni li ho seguiti, e dal sedile posteriore della macchina ho cominciato a pensare alla storia di un padre e di un figlio con un rapporto teso. Due persone che si amano molto ma nella vita hanno fatto scelte diverse. La macchina incarna la loro relazione con la città: Shadi ci si sente intrappolato, mentre suo padre ha un rapporto molto più nostalgico sia con la macchina di famiglia che con la città.
I personaggi sono palestinesi che vivono in Israele e quindi si aggrappano alla loro identità. Per questo danno un valore ancora maggiore alle tradizioni, che in parte li definiscono. E vivono anche la contraddizione di abitare in un posto che non li vuole: ancora oggi i politici israeliani parlano di trasferirli. Vivono nel loro paese, nella loro patria, ma sono invisibili, o meglio il governo li ha resi invisibili.» (Annemarie Jacir)

«Racconta il padre e il figlio con ironia e affetto, dentro un film che ha la parvenza di una commedia, nonostante il contesto drammatico, che scherza con i difetti e le debolezze dei suoi protagonisti, che preferisce mostrare le cose, piuttosto che dirle (la paura non passa per chissà quale sopruso o minaccia, sta tutta dentro la scena in cui viene investito un cane…). Il suo è un realismo semplice e sincero, senza guizzi, che parte da un lento movimento iniziale della macchina da presa ad allargare l’inquadratura, unico “gesto” plateale, e poi si affida a campi e controcampi, alla naturalezza di due interpreti che sono padre e figlio anche nella vita (Mohammed e Saleh Bakir). (…) ed ecco la bellezza del finale, con la sua triste dolcezza, sospesa, che ci restituisce gli uomini, oltre le opinioni e le interpretazioni, ognuno con la sua storia e le sue ragioni, dentro una notte in cui comunque vale la pena di vivere ». (Fabrizio Tassi. Cinematografo.it)