
DOC FACTORY #4
Ma’ + Il mondo fuori + Tutto il mio corpo
● Ma’ ●
un film di Arianna Maria Casati, Jasna Camilla Rossi, Bianca Maria Thiebat
Sceneggiatura, Suono, Montaggio, Fotografia: A.M. Casati, J.C Rossi, B.M. Thiebat
musiche: Austin Bell, Cat Janice
produzione: Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti
Italia, 2024 ● 27 minuti
v.o. italiano
2024 Premio Libero Bizzarri – DOC Film Festival
Strano FF: concorso
● Il mondo fuori ●
un film di Camilla Morino
sceneggiatura: Wendpouire Ima, Nicolò Miorelli, Pietro Somaini
fotografia: Luca Righi, Giona Calcagnile, Gianluca Cavaliere, Nicolò Ribolla
montaggio: Federico Cicalini, Niccolò Zacco ● musiche: Alessio Damiani, Lorenzo Brioschi, Manuel Milesi
produzione: Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti
Italia, 2023 ● 50 minuti
v.o. italiano
2024 Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo
● Tutto il mio corpo è stanco ●
un film di Giulia Visco Gilardi
sceneggiatura, fotografia, suono, montaggio: Giulia Visco Gilardi
produzione: Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti
Italia, 2023 ● 9 minuti
v.o. italiano
2023 Filmmaker Festival: sezione Prospettive

La Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti porta al Cinema Beltrade 11 documentari realizzati dai suoi giovani filmmaker. Una rassegna mensile che testimonia la vivacità di un genere che attraversa l’intera storia della Scuola e che continua a raccogliere riconoscimenti nei festival nazionali e internazionali. Un’occasione per scoprire sul grande schermo come le nuove generazioni interpretano il cinema del reale.
● Ma’ ●
Tre mamme e i loro bambini allo specchio si confrontano sul loro rapporto. Chi sei tu senza di me? Chi sono io oltre a te? Attraverso il confronto fra tre donne e i loro bambini e bambine allo specchio, Ma’ ci accompagna in un viaggio intimo, gentile e leggero alla ricerca di risposte alle proprie domande interiori di figli. Uno spazio di riflessione aperto riguardo la propria identità, che non ha la pretesa di offrire certezze ma spunti liberi e delicati per indagare se stessi tornando per un attimo bambini di fronte a uno specchio.
«La sequenza iniziale si apre con alcune immagini di repertorio girate da una cineamatrice negli anni ’60, Silvana Piccardi, che ha documentato la sua vita famigliare con le figlie. Queste immagini fondono passato e presente, estraneo e personale, dando l’avvio alla ricerca di Ma’. La voce iniziale, che esprime la ricerca delle registe, avvia una riflessione silenziosa per lasciare agli spettatori la possibilità di identificarsi maggiormente. La scelta di utilizzare lo specchio come dispositivo filmico nasce invece dall’esigenza delle autrici di cercare risposte a domande interiori profonde. Lo specchio è un dispositivo attraverso cui riflettere sulla propria identità, anche rispetto al legame con le proprie madri. Allo stesso modo, madri e figli nel documentario si specchiano per indagarsi come individui, ma anche per scavare a fondo nel loro rapporto. I dialoghi con le madri sono stati ambientati nelle camerette dei loro figli, per poi affiancare madri e figlie solo in seguito, scoprendo così il loro rapporto. Nella sequenza finale infine, a testimonianza di una ricerca personale, le registe hanno innestato alcuni frammenti video della propria infanzia.» (Arianna Maria Casati-Jasna Camilla rossi-Bianca Maria Thiebat)
● Il mondo fuori ●
Giovanni Gastel inizia la sua carriera da fotografo utilizzando come studio una cantina stretta e umida; una dopo l’altra riesce a conquistare tutte le più importanti testate di moda. Cresce in una tra le più importanti famiglie aristocratiche di Milano e forma il suo sguardo tra i riflessi di luce del lago di Como, dove compone anche le sue prime poesie turbolente. Il mondo che trova fuori dalle mura di casa, però, è caotico, rumoroso, frenetico e forse Giovanni non ha gli strumenti per reggere tutto ciò. Con il tempo impara a creare intorno a sé delle piccole isole felici. Emblematico è il suo studio dove chiunque è il benvenuto e le persone che entrano perdono la concezione del tempo. Appena si apre la porta la voglia di andare via svanisce di fronte a un meraviglioso circo fatto di modelle, animali, musica e assistenti sempre intenti a preparare caffè per il prossimo fortunato che varcherà la soglia.
«Il film è stato girato utilizzando due camere con intenti diversi: una camera fissa, con un linguaggio tipico delle interviste classiche, messa in costante dialogo con una handycam sporca e movimentata che permettesse di avvicinarsi ai dettagli e alle emozioni trasmesse dalle persone. Fondamentale la presenza di materiale d’archivio di diverse tipologie: i materiali filmato da alcuni collaboratori di Gastel mostrano la sua vera essenza ritraendolo nelle sue attività quotidiane; i materiali in pellicola, sono utilizzati per aggiungere universalità alla storia di un soggetto singolo che richiamava nella mia memoria un immaginario più ampio e sfaccettato» (Camilla Morino)
● Tutto il mio corpo è stanco ●
Una videoperformance nata dalla necessità di distruggere un film fallito, accompagnata dall’intreccio di pensieri intrusivi che fanno emergere la fragilità e la rabbia dell’artista riguardo alla sua condizione psicologica.
«Questo film nasce da un film fallito. Come questo, anche il primo riguardava il mio rapporto con la depressione. Ritengo sia fallito per due motivi: il primo è legato a come raccontavo la mia depressione, in una maniera distante dalla realtà, facendola intendere accettata e assottigliando il mio dolore per renderlo più digeribile. Il secondo motivo riguarda come il racconto di questa favola – falsa – abbia contribuito allo sviluppo di un episodio depressivo, avvenuto durante il montaggio del film fallito. Questo evento ha aumentato il mio disagio e il mio odio verso il film, portandomi a sentire il bisogno di distruggerlo fisicamente, perché cestinarlo non era abbastanza. Il nuovo film mostra il processo di distruzione dei fotogrammi stampati del film fallito, che ho deciso di bruciare ad uno ad uno, in una sorta di rito. Non mi era mai capitato di utilizzare la rabbia come mezzo di riscatto, tantomeno utilizzarla per la realizzazione di un film che si è rivelato poi incredibilmente terapeutico.» (Giulia Visco Gilardi)