IL FILO DEL RICATTO

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DEAD MAN’S WIRE

un film di Gus Van Sant
con Al Pacino, Bill Skarsgård, Cary Elwes, Colman Domingo, Dacre Montgomery
sceneggiatura: Austin Kolodney ● fotografia: Arnaud Potier
montaggio:  Saar Klein ● musiche: Danny Elfman
produzione: Elevated Films, Pressman Film, Balcony 9 Productions, Sobini Films, RNA Pictures, Pinstropes Production
distribuzione: BIM Distribuzione
USA, 2025 ● 105 minuti

v.o. inglese con sottotitoli in italiano

2025 Mostra del Cinema di Venezia: fuori concorso

Gus Van Sant torna con un film umanista, gentile e intriso di ironia, che si ispira fedelmente a una storia vera per raccontare la distorsione della società americana, la provincia profonda e gli abusi del capitalismo. Un ritratto umano spassoso e agrodolce, che attinge a una vicenda dimenticata per parlare delle ingiustizie di ieri e di oggi

giovedì 19 Febbraio
20:00

La mattina dell’8 febbraio 1977 Anthony G. “Tony” Kiritsis entra nell’ufficio di M. L. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, e prende in ostaggio il figlio Richard. Gli punta alla testa un fucile a canne mozze, dotato di una speciale particolarità: collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo come un cappio, se sfiorato, ucciderà l’ostaggio all’istante. Le richieste di Tony sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e soprattutto scuse personali…

«Non è tanto un film su un perdente, ma su un uomo che vuole combattere, e finisce col perdere. Il protagonista scatena empatia, la gente si identifica con lui, che ha cercato di essere un vincente stipulando quel contratto, in realtà facendo lievitare i propri problemi finanziari. Non aveva più nulla da perdere. Quanto a me, volevo criticare il sistema che l’ha portato a quell’azione disperata e cercare il lato umano in qualcuno che prova a opporsi ai lati oscuri del capitalismo. Viviamo tempi difficili, e questa è una storia attuale.» (Gus Van Sant)

«Dead Man’s Wire è la ricostruzione di una storia vera, l’impresa disperata di un uomo in cerca di vendetta e di un rimedio alle ingiustizie subite dall’avidità degli speculatori, dopo aver visto andare in fumo gli investimenti fatti con i suoi risparmi. E si può ben capire cosa, nella vicenda, abbia suscitato l’interesse di Gus Van Sant. La possibilità di dar sfogo a quell’afflato politico che è sempre stato parte della sua ispirazione, lo sguardo critico sulle deformazioni profonde dell’identità americana, in particolare della provincia, sulle responsabilità del capitalismo spietato e sui processi di marginalizzazione.» (Aldo Spiniello, SentieriSelvaggi.it)