LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
un film di Gabriele Mainetti
con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli
sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Menotti ● fotografia: Michele D’Attanasio
montaggio: Andrea Maguolo ● musiche: Gabriele Mainetti, Michele Braga
produzione: Goon Films con Rai Cinema
distribuzione: Lucky Red
Italia, 2016 ● 112 minuti
v.o. italiano
2016 David di Donatello: Miglior regista esordiente,
Miglior attore e attrice protagonista, Miglior attore non protagonista
proiezione speciale mercoledì 4 marzo ore 21.30
in sala il regista Gabriele Mainetti

A dieci anni dall’uscita, torna al cinema un’opera che ha cambiato per sempre il volto del cinema di genere in Italia, con le indimenticabili interpretazioni di Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. Lo chiamavano Jeeg Robot è un racconto urbano potente, tra supereroi, pulp e anime, che ha conquistato pubblico, critica e riconoscimenti tra cui 7 David di Donatello.
21:30
Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere un forza sovraumana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio.
«Perché proprio un “Supereroe italiano”? Perché se è vero che, guardandoci indietro, non scorgiamo uno storico fumettistico in cui personaggi mascherati si sfidano a suon di super poteri per decidere il destino del mondo, è altrettanto vero che, a queste storie, non siamo insensibili. Da amante dei generi penso che quello supereroistico rappresenti la sfida più complessa e pericolosa. Fare un buon film per me, significa raccontare con originalità. E quando ti avventuri in un genere che non ti è proprio, il rischio di scadere in un’imitazione è dietro l’angolo . È per questo che non abbiamo voluto raccontare le avventure di un superuomo in calzamaglia. Non avremmo avuto il tempo necessario per aiutare lo spettatore a sospendere l’incredulità. Dovevamo perciò convincerlo a credere dall’inizio. Come? Con le verità che ci appartengono, tangibili in personaggi ricchi di fragilità, che spero riescano a trascinare per mano lo spettatore in un film che, lentamente, si snoda in una favola urbana fatta di superpoteri.» (Gabriele Mainetti)
«È proprio partendo da una cultura che è fatta di fumetti e di generi, e stando lontano dai colossal hollywoodiani, che Gabriele Mainetti è riuscito, primo nella storia del nostro cinema, a fare un film popolare italiano di supereroi. L’equilibrio tra l’adesione ai canoni del genere e il coinvolgimento del pubblico è ineccepibile: il film funziona non tanto perché ricorda una storia di genere, ma perché le storie di genere funzionano. Per questo Lo chiamavano Jeeg Robot non è solo per appassionati di fumetti o di quei cartoni giapponesi che a cavallo tra anni settanta e ottanta occupavano i palinsesti delle neonate tv private e della Rai, ma è un film per tutti. C’è anche un rapporto riuscitissimo tra Roma, la sua lingua, le sue strade, le sue periferie, e un gruppo di personaggi che ne fanno parte, sono vivi e divertenti, ma non ricadono né nella commedia di cui sono pieni i film di Natale, né nel realismo sociale che i nostri registi impegnati amano frequentare. Sia la sceneggiatura sia la regia in questo senso sono impeccabili, perché si muovono con grazia e naturalezza senza mai lasciare intendere quanto siano controcorrente.» (Matteo Bordone, Internazionale)

