As tears go by

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AS TEARS GO BY
Wong Gok ka moon

un film di Wong Kar-wai
con Andy Lau, Maggie Cheung, Jacky Cheung
sceneggiatura: Jeffrey Lau, Wong Kar-wai ● fotografia: Andrew Lau
montaggio: Bei-Dak Cheong, Kit-Wai Kai ● musiche: Danny Chung, Teddy Robin Kwan
produzione: In-Gear Film Production
distribuzione: Tucker Film
Hong Kong, 1988 ● 102 minuti

v.o. cantonese con sottotitoli in italiano

1989, Hong Kong Film Awards: premio per il miglior attore protagonista e la miglior scenografia

dopo una prolifica attività come sceneggiatore, Wong Kar-wai approda alla regia e si confronta con quel “Mean Streets” di Scorsese che aveva cambiato volto al cinema americano: il risultato è un esordio consapevole e destabilizzante, dove si affacciano tra le quinte le forme e le tensioni che renderanno unico il suo percorso artistico.

Piccolo gangster di Hong Kong, Wah lavora in coppia con l’amico sregolato Fly. La sua vita cambia quando si presenta alla sua porta la cugina Ngor, ma conciliare l’amore con i guai causati da Fly e la vendetta dei nemici, porterà Wah verso l’autodistruzione.

«Quando vidi Mean Streets rimasi folgorato perché realizzai immediatamente come quella storia avrebbe potuto benissimo essere ambientata tra le strade di Hong Kong. D’altronde la mia non è una vera e propria storia di mafia o di gangster: è semmai un racconto sulla crescita, sui piccoli fallimenti che si incontrano lungo il cammino e su come si reagisce ad essi.» (Wong Kar-wai)

«Schermi fosforescenti, lastre riflettenti, bagliori artificiali: un universo privo di profondità, vitreo, dove la luce artificiale pulsa, guizza, rimbalza senza posa. La materia narrativa è sottoposta ad un’analoga tensione tematica: Wong travasa la crepitante componente religiosa in quella mélo, descrivendo il rapporto sentimentale tra Wah e Ngor come potenzialmente salvifico e investendolo così di una purezza abbacinante. Il voltaggio emotivo che ne deriva è elevatissimo. (…) La convenzionalità della vicenda – giovani delinquenti muoiono – viene così riscattata dalla radicalità della trasfigurazione estetica, radicalità che fa di questa pellicola un vero e proprio saggio di iconografia postmoderna. Un saggio al calor bianco.» (Alessandro Baratti, Spietati.it)