DESERTO ROSSO ● dal 13 dicembre

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DESERTO ROSSO

un film di Michelangelo Antonioni
con Monica Vitti, Richard Harris, Carlo Chionetti
Xenia Valderi, Rita Renoir
sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra ● fotografia: Carlo Di Palma
montaggio: Eraldo Da Roma ● musiche: Giovanni Fusco
produzione: Film Duemila, Francoriz Production
distribuzione:  RTI Mediaset
Italia, 1964 ● 117 minuti

v.o. italiano

1964 Mostra del cinema di Venezia: Leone d’oro ● Nastri d’Argento: miglior fotografia

il Beltrade riporta in sala il capolavoro di Antonioni “deserto rosso” con l’intramontabile Monica Vitti, capace di scuotere lo spettatore con la rappresentazione fortemente metaforica di spazi vuoti e del malore sommesso ma lancinante del semplice esistere.

Un incidente d’auto provoca in Giuliana uno choc che, aggravato dall’ambiente particolare in cui la professione del marito, ingegnere elettronico, la costringe a vivere, si tramuta in uno stato di nevrosi depressiva. Corrado, un amico del marito, si sente attratto verso la donna e tenta di aiutarla ad uscire dalla sua solitudine piena di incubi, intrecciando con lei una fuggevole ed amara relazione. Tale esperienza non fa che aggravare lo stato depressivo della donna che si vede inconsapevolmente ingannata anche dal suo figlioletto, il quale finge d’essere colpito da una grave malattia. Fallito il tentativo di porre fine violentemente alla propria esistenza senza scopo, Giuliana continuerà la sua vita in precario equilibrio tra rassegnazione e pazzia.

«La storia è nata a colori, ecco perché dico che la decisione di fare il film a colori non l’ho mai presa, non era necessario prenderla. E poi, mi sembra che, riflettendoci adesso, cioè a posteriori, abbiano giocato anche altri motivi. Per esempio, il più importante dei quali è che nella vita moderna mi pare che il colore abbia preso un posto molto importante. Siamo circondati sempre più da oggetti colorati, la plastica che è un elemento molto moderno è a colori, (…) e che la gente si stia accorgendo che la realtà è a colori. Nel film ho cercato di usare il colore in funzione espressiva, nel senso che avendo questo mezzo nuovo in mano, ho fatto ogni sforzo perché questo mezzo mi aiutasse a dare allo spettatore quella suggestione che la scena richiedeva.» (Michelangelo Antonioni)

«Proseguendo sulla strada intrapresa quattro anni prima con L’avventura e già in parte nel Il grido, di un cinema dell’alienazione, che mette in crisi i valori di un costume e di una morale non più corrispondenti alla nuova realtà umana e sociale creata dalla civiltà industriale e dal benessere, Antonioni giunge in questo film alla cristallizzazione degli elementi più vitali e originali delle opere precedenti a un manierismo di fattura che mina alla base il valore del discorso poetico. La protagonista Giuliana è come le precedenti eroine, insofferente della vita che conduce e incapace di superare i limiti di un’esistenza inutile. Il suo matrimonio è in crisi e non vale il rapporto amoroso con Corrado, l’eclisse dei sentimenti conduce inevitabilmente al deserto della vita. Il film porta alle estreme conseguenze, raggelando persone e situazioni in una contemplazione quasi disumana.» (Gianni Rondolino, Catalogo Bolaffi del cinema 1956/1965)