Funeralopolis

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Funeralopolis, a suburban portrait

un film di Alessandro Redaelli
sceneggiatura: Daniele Fagone, Ruggero Melis, Alessandro Redaelli
fotografia: Alessandro Redaelli
montaggio: Daniele Fagone, Ruggero Melis, Alessandro Redaelli
musica: Ruggero Melis
produzione: Alessandro Redaelli e K48
distribuzione: Zelia Zbogar
Italia, 2018 ● 94 min

v.o. in italiano con sottotitolo in italiano

il film è vietato ai minori di 18 anni

Biografilm Festival 2017 ● Dok Leipzig

Due amici di vecchia data, la periferia milanese, la musica, la droga: FUNERALOPOLIS, un ritratto di periferia, un documentario intenso e controverso senza filtri e censure.

Tra Bresso, Sesto San Giovanni e Milano, ci immergiamo nelle vite di Vash e Felce, che insieme fanno musica, si fanno di eroina e condividono tutto. La loro realtà è a volte brutale, spesso comica, tragica e romantica. La loro eterna ribellione non ha una causa, né uno scopo, né una fine. Vash e Felce sono cresciuti a Bresso, tra il campetto da calcio, i murales, le risse e i litigi, le case popolari e gli appartamenti occupati. Si sono incontrati grazie al rap, ai graffiti e la comune passione per l’esoterismo e le droghe e sono diventati amici nonostante due percorsi di vita molto diversi.

«Funeralopolis è stato realizzato con l’intento di raccontare da vicino le storie e gli ambienti in cui vivono i protagonisti. Questa vicinanza si riflette nell’uso della macchina da presa, così dentro all’azione che si fa compagna di viaggio dei due protagonisti. Vash e Felce la usano come confessionale e platea, rivolgendosi alla camera come se avessero davanti un pubblico, una folla di fan in delirio, pronta ad applaudire ogni loro gesto. La scelta di raccontare il mondo in bianco e nero è dettata dalla necessità di non estetizzare le immagini mostrate e il loro contenuto, uniformando tutti i momenti narrati: l’immagine in cui Vash bacia la sua ragazza assume lo stesso peso visivo di Vash che vomita per strada o di Felce che si inietta eroina. Il bianco e nero riduce il compiacimento nel mostrare il sangue delle ferite provocate dalla droga, creando distacco e dando allo spettatore la possibilità di guardare all’evento con la consapevolezza che si tratta di eventi reali, ma narrati attraverso il filtro del racconto cinematografico.» (Alessandro Redaelli)

«La camera non distoglie mai lo sguardo e mostra senza alcun filtro scene in cui Vash, Felce e i loro amici si iniettano eroina in casa, nel bagno di un treno o per strada, né tantomeno tenta di censurare le volgarità gratuite o le bestemmie. È proprio questa la forza di Funeralopolis: la sua estrema sincerità. Per girare un film così ci vuole coraggio, soprattutto perché il rischio che si corre confezionando un lavoro tanto distaccato ed oggettivo sulla droga e sulla periferia è quello di venire attaccati sul piano della morale, dato che a molti la mancanza di un giudizio quasi paternalistico sulla vicenda narrata potrebbe dare fastidio.» (Andrea Sorichetti, Anonima Cinefili)