LETTERS FROM WOLF STREET
Listy z Wilczej
un film di Arjun Talwar
con Piotr Chadrys, Mo Tan, Feras Daboul, Barbara Goettgens, Oskar Paczkowski
sceneggiatura: Arjun Talwar ● fotografia: Arjun Talwar
montaggio: Bigna Tomschin, Arjun Talwar, Sabina Filipowicz
musiche: Aleksander Makowski
produzione: Inselfilm Produktion, Mazowiecki Instytut Kultury, UNI-SOLO Studio
Polonia, Germania, 2025 ● 97 minuti
v.o. polacco e inglese con sottotitoli in italiano
2025 Berlinale: concorso Panorama Dokumente

torna per il secondo anno consecutivo la rassegna VISIONI PER I DIRITTI UMANI, realizzata in collaborazione con FDU – FONDAZIONE DIRITTI UMANI, un ciclo di quattro film selezionati dal Film Festival Diritti Umani di Lugano per illuminare angoli geo-politici in ombra e invitare a riflessioni sulla contemporaneità, in linea con lo spirito di tutela dei diritti umani promosso da FDU. tutte le proiezioni saranno accompagnate da interventi videoregistrati degli autori o da ospiti presenti in sala.
Arjun Talwar realizza un documentario intenso, ricco e al contempo ironico e coinvolgente, e scegliendo come cuore della pellicola la strada di casa sua, una via del centro di Varsavia, ci propone un ritratto personale e autentico della Polonia contemporanea, attraversata da ondate di razzismo e intolleranza, ma anche da un profondo e diffuso senso di solitudine.
19:30
Una strada nel centro di Varsavia è il fulcro di questo ritratto arguto e personale della Polonia. Arjun Talwar è immigrato qui un decennio fa, ma ha ancora difficoltà ad integrarsi. “Wolf Street” – o “Ulica Wilcza” – non gliela ha resa facile. Nel tentativo di accelerare la sua integrazione, il regista inizia a filmare i suoi vicini, mettendo alla prova i suoi rapporti con loro, mentre cerca modi per superare la propria alienazione. Con l’aiuto del suo amico Mo, un altro immigrato diventato regista, Arjun scopre i misteri nascosti della strada, rivelando una rete di personaggi affascinanti. Trova altri come lui, persone che vivono tra passato e presente, tra una patria immaginata e una reale. La strada, come un filo invisibile, li collega tutti, offrendo il suo conforto contro la malinconia della vita quotidiana. Dall’interno dei suoi confini lunghi un chilometro, si forma un’immagine dell’Europa moderna, esponendo un caleidoscopio di contraddizioni e ansie.
«Era molto importante per me che il film fosse divertente. Io posso ridere delle mie disgrazie e ho cercato personaggi che fossero così, che non si prendessero troppo sul serio. Credo sia anche una caratteristica tipica dei polacchi il sarcasmo, soprattutto tra le generazioni che hanno vissuto il periodo dell’Urss, hanno un senso dell’umorismo particolare.» (Arjun Talwar)
«”Perché siamo qui? Cazzo”, chiede il suo collaboratore Mo Tan in Letters from Wolf Street, ed è una domanda al tempo stesso esilarante e triste. Loro non conoscono la risposta, e nemmeno i polacchi. Quello che segue è un’indagine: sulle scelte personali di Talwar, sulla tragica morte del suo amico, sulla Polonia in generale. La donna che vive accanto a lui lo salutava sempre. Poi, per strada, si comportava come se non si conoscessero. Nel suo documentario, presentato in Panorama alla Berlinale, si sforza di non lamentarsi troppo, ma è evidente che si sente solo a Varsavia, in Wolf Street. E non è l’unico. È un film sul dolore, in realtà, o sul senso di colpa dei sopravvissuti. È arrivato lì con un amico, sperando in qualcosa di meglio. “Ci sentivamo come i primi esploratori”, ricorda. Quel futuro glorioso non è mai arrivato: il suo amico è morto. Ora Talwar, rassegnato, sta cercando di capire se ne è valsa la pena, ma la Polonia sembra mostrare gli stessi identici sintomi. La gente parla sempre di solitudine. Ammettono che ogni volta che le cose stanno per andare bene, “Putin o Hitler rovinano tutto”. Talwar afferma che la Polonia è un “mistero” per lui, ma in realtà la capisce molto meglio di quanto pensi. Forse è qui che scatta la frustrazione: se capisci, se capisci come ci si sente ad essere soli e rifiutati, perché non dimostri più comprensione per gli altri?» (Marta Balaga, Cineuropa)

