Nomad: in cammino con Bruce Chatwin

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Nomad: in cammino con Bruce Chatwin
In the Footsteps of Bruce Chatwin

un film di Werner Herzog
con Werner Herzog, Bruce Chatwin, Karin Eberhard, Nicholas Shakespeare,
Elizabeth Chatwin Petronella Vaarzon-Morel
sceneggiatura: Werner Herzog ● fotografia: Louis Caulfield, Mike Paterson
montaggio: Marco Capalbo ● musiche: Ernst Reijseger
produzione: Bbc Studios
distribuzione: Wanted Cinema
Gran Bretagna, 2019 ● 89 minuti

v.o. inglese, tedesco, lingue aborigene con sottotitoli in italiano

a quasi trent’anni dalla morte dello scrittore e viaggiatore Bruce Chatwin, suo grande amico e morto di AIDS all’apice della sua carriera, Herzog intraprende un viaggio per ripercorrere le sue orme, ritornando nei luoghi da lui visitati e raccontati ed entrando intimamente nel senso del loro comune “nomadismo”.

Bruce Chatwin era “Internet prima di Internet”, pochi come lui sapevano trovare le connessioni più segrete tra Paesi, popoli, culture. Così Werner Herzog ricorda lo scrittore, autore di In Patagonia, col quale condivideva il piacere – forse persino la necessità – di esplorare a piedi il mondo, le sue geografie fisiche e emozionali.
A distanza di trent’anni dalla morte di Chatwin, il regista tedesco ne ripercorre i passi che spesso si sono intrecciati ai suoi, ritrova i suoi percorsi nell’anima del mondo seguendo come traccia gli appunti dei suoi taccuini. E con in spalla l’inseparabile zaino di pelle che l’amico gli ha lasciato prima di morire ci porta da un brontosauro in Patagonia, davanti allo scheletro di una nave “fantasma, a Punta Arenas, nelle caverne preistoriche, nei cimiteri indigeni dell’entroterra autraliano, nella sua casa inglese, per lui un rifugio “sicuro”, dove vive ancora la vedova, Elizabeth, in una lunga “camminata” nella memoria che diviene un confronto tra due universi poetici “nomadi” convinti del potere magnetico e vitale del viaggio. Più che un biopic Nomad è il racconto commuovente di un’amicizia nel quale Herzog mette in gioco sé stesso e il desiderio del proprio fare cinema.

«Bruce Chatwin era uno scrittore unico. Ha trasformato racconti mitici in viaggi della mente. Avevamo degli spiriti affini, lui come scrittore, io come regista. Volevo realizzare un film che non fosse una semplice biografia tradizionale ma che desse conto di una serie di incontri ispirati dai viaggi e dalle idee di Bruce. Personaggi stravaganti e selvaggi, bizzarri sognatori e grandi idee sulla natura dell’esistenza umana erano i temi da cui Chatwin era ossessionato e di questi ho cercato di raccontare.» (Werner Herzog)

«Suddiviso in otto capitoli, il documentario è anche un viaggio nell’anima, in quella di Bruce Chatwin, morto di AIDS nel 1989, in quella di Herzog, grande sostenitore delle proprietà taumaturgiche del cammino e in quella del Mondo, dei suoi paesaggi, come dimostrano gli effetti del magnetismo delle pietre del sito archeologico risalente al Neolitico di Avebury, nella contea inglese dello Wiltshire (…). Non si tratta dunque di un documentario biografico ma di un ritorno ad un’esistenza nomade, attraverso il pensiero e l’esplorazione dell’ignoto, del lontano ma anche del vicino, del ricordo di un uomo. Una riflessione sulla fragilità dell’essere umani, una specie destinata (forse) a scomparire come altre prima di noi. Eppure la nostra peculiarità è rappresentata dalla volontà di lasciare un segno, attraverso la scrittura, il cinema, l’incontro di spiriti affini nell’arte come dimostrano le immagini di Cobra Verde (Werner Herzog, 1987), tratto dal romanzo Il viceré di Ouidah di Chatwin, il quale volle strenuamente visitare il set del film, nonostante il progredire della malattia, per riempire di appunti una sceneggiatura che non consegnò mai all’amico. L’emozione riempie lo schermo, alla vista di quelle pagine per la prima volta, facendo da ponte con un altro momento, nel documentario e nella vita, in cui il cinema ha rappresentato quella soglia, quel lungo cammino, che separa l’esistenza terrena da quel dopo, di cui non vi è certezza. La visione di Wodaabe – I pastori del sole (Werner Herzog, 1989), dedicato alla tribù nomade, di allevatori di bestiame, che si muove nell’Africa sub-sahariana, fa da contraltare agli ultimi giorni della vita di Chatwin. A quella richiesta disperata rivolta a Herzog di porre fine ai suoi turbamenti. Del resto, se di viaggio si parla, non esiste passaggio più misterioso e sublime della morte, l’unica soglia in cui il ritorno e la partenza coincidono.» (Carlotta Petracci, Artribune.com)