Ornette: made in america

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Ornette: made in America

un film di Shirley Clarke
con Ornette Coleman
fotografia: Edward Lachman ● montaggio: Shirley Clarke
musiche: Ornette Coleman
produzione: Caravan of Dreams Production
distribuzione: Reading Bloom, Milestone Film
restauro: Ross Lipman e UCLA Film & Television Archive
Stati Uniti, 1985 ● 85 minuti

v.o. inglese con sottotitoli in italiano

Berlinale 2012 ● Filmmaker festival 2017

L’incontro tra due miti, il jazzista e la filmmaker, è un film che non documenta, ma ricrea il free jazz attraverso l’immagine: uno dei modelli per il cinema documentario di sperimentazione che torna in sala in edizione restaurata.

Shirkey Clarke è l’unica donna firmataria del manifesto del new american cinema. i suoi documentari, estranei al purismo del cinema-verité, sono stati definiti ruvidi e antispettacolari, capace di creare un dialogo autrice-soggetto visibile e attivo che, mentre ne produce un’interpretazione intima e personale, lascia filtrare un contesto sociale , artistico e politico vissuto criticamente.

La storia del grande jazzista Ornette Coleman, tra i fondatori del free jazz, osservata con intima aderenza e senza didascalismi attraverso tre decadi, dall’infanzia negli slum di un Texas in cui vigeva la segregazione razziale, fino alla sua definitiva consacrazione con la consegna delle chiavi della città di Fort Worth, nel 1983 e il grande concerto della sua sinfonia Skies of America. Coleman conobbe la regista Shirley Clarke alla fine degli anni ’60 e insieme pensarono di realizzare un film sul jazz. Il progetto, dopo un iniziale rifiuto dei produttori, verrà ripreso a distanza di vent’anni in vista dell’inaugurazione, nell’83, del Caravan of Dreams Performing Arts Center che avrebbe salutato il ritorno di Coleman nella sua città natale, Fort Worth, Texas. Alle riprese parteciparono anche William S. Burroughs, Brion Gysin, Yoko Ono, Don Cherry, Ed Lachman, Jayne Cortez, Buckminster Fuller.

«Dopo aver deciso quale fosse il cuore del film, ovvero la sua musica, ho editato in base ad essa. È da lì che provengono i ritmi e l’energia. Il film appare come la musica di Ornette suona e ha alla sua base lo stesso ragionamento» (Shirley Clarke)

«Clarke lavora con l’ibridazione delle forme d’arte, proprio com’è l’aspirazione di Coleman nel progettare un “multi expression center” in un vecchio palazzo in disuso. La continua alternanza tra concerto e vita, spesso con la voce off del musicista e le sue interviste come in un flusso di coscienza, conferisce da un lato il ritmo e il respiro di una performance musicale al film, in cui la biografia di Coleman si inscrive nelle pieghe della sua grande esibizione con orchestra. Da un altro lato il montaggio che fa corrispondere la figura del musicista da ragazzo con saxofono, che muove le prime armi nella musica sullo sfondo di catapecchie, e quella di Coleman adulto, mattatore in un grande teatro borghese, che racconta il suo successo, il suo riscatto sociale. Da dove è partito a dove è arrivato. Riscatto che è quello, ambito, di un intero popolo. Il free jazz è stata l’espressione delle battaglie contro la segregazione razziale, e nel footage del fim ci sono anche brani della marcia di Martin Luther King su Washington, dove ancora ci sono momenti musicali.» (Giampiero Raganelli, quinlan.it)