Un divano a Tunisi

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Un divano a Tunisi

regia di Manele Labidi
con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura, Aïsha Ben Miled
sceneggiatura: Manele Labidi ● fotografia: Laurent Brunet
montaggio: Yorgos Lamprinos ● musiche: Flemming Nordkrog
produzione: Kazak Productions
distribuzione: Bim Distribuzione
Tunisia/Francia, 2019 – 88 minuti

v. doppiata in italiano

Una commedia terapeutica, che ‘scambia’ Freud per un fratello musulmanoUn divano a Tunisi soffia un vento di speranza, la primavera araba è appena (ri)cominciata.

mercoledì 22 settembre 21:00 ▪︎ Rho ▪︎︎ cin&città sotto le stelle al Molinello!

Selma Derwich, psicanalista trentacinquenne, lascia Parigi per aprire uno studio nella periferia di Tunisi, dov’è cresciuta. Ottimista sulla missione, sdraiare sul lettino i suoi connazionali e rimetterli al mondo all’indomani della rivoluzione, Selma deve scontrarsi con la diffidenza locale, l’amministrazione indolente e un poliziotto troppo zelante che la boicotta. A Tunisi, dove la gente si confessa nelle vasche dell’hammam o sotto il casco del parrucchiere, Selma offre una terza via, un luogo protetto per prendersi cura di sé e prendere il polso della città.

« L’idea per questo film mi è venuta il giorno in cui ho detto a mia madre che ero in analisi. Ho avuto paura che morisse. Per una donna tunisina, musulmana e tradizionalista come mia madre, era decisamente troppo. Le motivazioni iniziali di Selma sono semplici e razionali: vuole portare la sua professionalità in un paese che ha appena vissuto una rivoluzione e sta iniziando ad aprirsi, ma soffre di una carenza di psicoanalisti e psicoterapeuti per le classi operaie. Tuttavia la protagonista è tornata nel suo Paese anche per fare i conti con il suo passato. Ristabilire il legame con la storia della sua famiglia, per arrivare a confrontarsi con essa, le sarà d’aiuto per portare a termine il suo personale percorso terapeutico. Il ritorno alle origini inizia lentamente a scalfire la sua maschera.» (Manele Labidi Labbé)

«La prima qualità di Un divano a Tunisi è proprio la scelta di affrontare il suo soggetto col sorriso. Manele Labidi comprende tutto il potenziale comico della situazione e la dimensione assurda di una società schizofrenica che rifiuta un aiuto psicologico. La comicità affiora a ogni seduta, provocando scene esilaranti e collezionando una galleria di ritratti irresistibili (e stonati): un imàm che ha perso la ‘fede’ e la moglie, un’esuberante proprietaria di un salone di bellezza che ha un rapporto difficile con la madre, un paranoico che sogna presidenti e dittatori, un adolescente ribelle pronta a tutto pur di lasciare la Tunisia, un poliziotto reazionario.» (Marzia Gandolfi, Mymovies.it)